La sua opera fu una delle più straordinarie dell’epoca, perché metteva a nudo completamente le ipocrisie e le irrequietezze di una generazione in un periodo dove la morale era l’ossigeno della società.
Tutto, a partire dall’educazione, doveva incarnare appieno i più alti principi di correttezza e rettitudine.
I nobili erano i maggiori detentori di questo compito: privilegiati per diritto di nascita, responsabili e portavoci di un Regno Unito che si presentava come faro europeo di rettitudine e correttezza.
Essi erano rappresentanti della parte perbene della popolazione: un povero, un reietto o un disagiato era tale quasi per colpa. Qualsiasi atto di ribellione o variazione alle regole era mal tollerato e visto come fumo negli occhi.
Eppure, sotto un muro di perbenismo si celava qualcosa di oscuro e truce, in quanto il divario sociale era talmente ampio e articolato da essere sempre pronto ad esplodere in ogni minima occasione.
Basti pensare ad episodi come gli omicidi di Jack Lo Squartatore, per citare il più noto, avvenuti nei sobborghi più malfamati di una Londra popolata e incredibilmente sporca.
Le vittime non erano semplici prostitute ma molto spesso si trattava di donne cadute in disgrazia e rifiutate dalle loro stesse famiglie.
Stevenson, lo scrittore che smascherò la dualità umana
Robert Louis Stevenson ebbe l’ardore di smascherare l’ipocrisia, attraverso la forza e la fantasia che contraddistinguono le sue opere uniche, straordinarie e assolutamente innovative per il periodo.
Scrittore scozzese non solo celebre per i suoi romanzi d’avventura, come L’Isola del Tesoro e Il Ragazzo Rapito, ma soprattutto per l’esplorazione della dualità umana in opere come Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde.
Quest’ultimo, forse il suo libro più famoso, incarna perfettamente la dualità dell’uomo vittoriano:
Dr. Jekyll è uno stimato e rispettabile medico, noto per la magnanimità, la rettitudine e il carisma.
Hyde è male, perversione e istinto animale.
Quanto possono essere antiteticamente opposti questi due personaggi?
Vita dell’autore
Nato a Edimburgo nel 1850, Stevenson soffrì fin da bambino di problemi di salute che lo costrinsero a soggiorni in luoghi dal clima mite, specialmente in Francia, a partire dal 1874.
Tuttavia, nulla gli impedì di intraprendere lunghi viaggi, in particolare nel Pacifico, dove si stabilì infine sull’isola di Upolu, nelle Samoa.
Divenne un sostenitore dei diritti dei samoani e fu soprannominato “Tuisatala”.
Un’azione abbastanza atipica per l’epoca e, secondo la morale vittoriana, anche sconsiderata: i popoli indigeni primitivi erano visti con curiosità ma anche con una certa dose di superiorità.
Tutti questi viaggi gli permisero di ampliare la conoscenza e accrescere la passione per i viaggi e la natura.
Nei suoi libri è facilmente intuibile come i paesaggi e le culture abbiano influenzato la narrativa e la sete di esplorazione.
Morì nel 1894, e alcune opere come Weir of Hermiston e St. Ives rimasero incompiute o furono completate dopo la sua morte.
I romanzi più celebri di Stevenson
• L’Isola del Tesoro (1883)
Il suo romanzo più popolare, che rilanciò il genere delle storie di pirati e avventure.
In quest’opera è fondamentale l’apporto dei soggiorni in terre lontane e la curiosità verso tradizioni diverse.
• Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (1886)
Un’esplorazione della dualità della natura umana, ispirata a un sogno dell’autore, che riflette sull’ipocrisia della società vittoriana.
Controversa, coraggiosa e suggestiva. Una delle letture più belle che abbia mai affrontato.
• Il Ragazzo Rapito (1886)
Romanzo d’avventura storica ambientato nel 1751, seguito da Catriona (1893).
Antesignano del giallo: alcuni aspetti rimangono in sospeso e non del tutto svelati.
• La Freccia Nera (1883) e Il Signore di Ballantrae (1888)
Opere di avventure storiche, ambientate rispettivamente durante la Guerra delle Due Rose e in Scozia.
• Weir di Hermiston (postumo, 1896)
Rimasto incompiuto, esplora il conflitto tra generazioni.
Tra i meno conosciuti ma meritevole di ulteriori approfondimenti.
Conclusione
Stevenson è sia l’uomo che non si accontenta dei limiti di un’epoca ipocrita, sia lo scrittore che indaga negli abissi dell’anima e del mondo.
Oltre il tempo che abita, al di là di ogni confine umano.
Non ha paura di alzare il velo bugiardo e raccontare la realtà per ciò che è.
Nel nome del pudore si nasconde ogni orrore, all’interno del più delicato e fragile degli equilibri.
Si contiene per non scoppiare, esplodendo impetuosamente alla prima occasione.

