Scrivere è solo l’inizio
Scrivere un libro è un compito dolceamaro, promuoverlo è una fatica titanica.
Non solo il panorama letterario italiano sembra prediligere opere fatte in serie e povere di contenuti (si veda la tiratura dei libri di Barbero rispetto a quelli degli influencer più famosi), ma perché gli scrittori non sono preparati ad un mondo complicato ed insidioso.
Manca una vera e propria formazione in tal senso, e credo sia fondamentale quando ci si rapporta con il pubblico.
Fatto un libro, occorre creare lettori.
L’autore non deve oscurare l’opera
Per prima cosa, l’autore di un’opera non è un personaggio da anteporre ad essa. Troppo spesso si assiste ad un protagonismo dilagante di autori che si autoincensano, senza porre la giusta attenzione sul loro prodotto.
I canali social e le case editrici non supportano in tal senso, anche se basterebbe applicare un codice etico e deontologico che non vuol dire fare i bacchettoni ma altresì fornire un codice di condotta e dei suggerimenti su come sostenere una campagna di promozione letteraria.
Sarò impopolare, eppure mi pare che di personaggi ne abbiamo abbastanza; non sarebbe meglio dare spazio a storie, fantasia e racconti di vita?
Il pericolo dell’egocentrismo
Quanto sarebbe bello vedere scrittori che raccontano, attraverso i social, le creature letterarie che l’estro ha generato? E invece si assiste sempre allo stesso, becero, egocentrismo. Frasi fatte e vuote, apoteosi dell’io in forma quasi parossistica e tanta, ma tanta, banalità.
Fa bene alla cultura? Assolutamente no.
La impoverisce, rendendo tutto una mera, assurda e grottesca vetrina.
La difficile arte di presentare un libro
Inoltre, presentare un libro è uno dei lavori più complicati e intensi. Un momento di catarsi con la propria opera eppure al tempo stesso occasione per accattivare il pubblico ed invogliare alla lettura.
Incontro prezioso e irripetibile in ogni occasione, il cui scopo si dovrebbe suscitare desiderio, curiosità e interesse senza svelare nulla.
Mai troppo, deve esistere sempre qualcosa che nessuno potrà mai scoprire.
Altrimenti la magia di un libro si perde.
Scrivere per fama o per necessità interiore?
Frequentemente, molti scrivono per sete di fama e non per donare qualcosa di sé attraverso la scrittura, o semplicemente per ritrovarsi. Lo fanno per farsi conoscere, per quella famelica sete di notorietà.
La società ci ha abituato a quanto la fama sia simbolo di successo, eppure tantissimi grandi scrittori non hanno conosciuto la fama in vita.
Percy Shelley morì senza assaporare fama e riconoscimento, ma non si trova traccia di rimorso nelle sue opere: era felice di essere rimasto fedele ai suoi ideali e di averli trasmessi nei libri che aveva scritto. Meglio essere comune piuttosto che famoso per promuovere la banalità.
Difendere la dignità della letteratura
A discapito di chi crede ed onora il valore della cultura e se ne fa portavoce, quasi a mo’ di Don Chisciotte contro i mulini a vento.
Ecco, io credo che promuovere una qualsiasi opera sia un po’ come difendere la dignità e l’onore. Oscurando ogni smania personale, e strutturando tutto il percorso di promozione con criterio e rigore.
Troppe presentazioni, troppo poco desiderio
Mi spiegate a cosa serve fare dieci presentazioni in un mese e anche in luoghi ravvicinati?
A far perdere interesse, ma soprattutto a far capire che l’autore ha disperato bisogno di vendere. Perché questo è il messaggio che potrebbe passare.
Ponderare ad una, massimo due presentazioni alla settimana permette di creare attesa e senso di scoperta.
Chiariamoci: tutti hanno bisogno di portare la pagnotta a casa ogni giorno, ma siamo anche altresì onesti nel ribadire che la strada per diventare ricchi con la scrittura non è semplice.
E prima ci si disincanta meglio è.
Tornare ad amare le opere
Io ho questo desiderio, forte e potente. Che si ritornasse ad amare le opere, a rispettare e a rendere la letteratura davvero uno strumento prezioso: di consumo sì, ma anche di crescita.
In questo solo gli autori adeguatamente formati possono davvero fare la differenza.
Per una cultura democratica e non egocentrica, per conoscere e apprezzare l’essenza più intima di ogni opera.
Si cerca già di apparire al meglio ogni giorno, sotto la lente di filtri e fotocamere all’ultimo grido, eppure si rinuncia all’arma più potente: quella che potrebbe abbattere tutta questa ipocrisia.
In che modo ci si può fidare di un autore che antepone l’ego rispetto a ciò che ha creato?
È come rinnegare sé stesso, ed un bravo scrittore questo non lo potrebbe permettere.

