Tutti conosciamo la storia di Frankenstein e dell’assurdo progetto del dottore che dà il nome all’opera stessa.
Cinema, televisione e supposizioni ne hanno alimentato la fama per secoli e non mancano dibattiti anche in età contemporanea.
Di fatto, l’opera fu straordinaria per molteplici motivi e innovatrice: antesignana del genere e capostipite della letteratura gotica internazionale. Creò una vera e propria rivoluzione in quanto rappresentava lo sguardo disincantato verso la conoscenza, dipinta sempre e dogmaticamente come un faro benigno di luce splendente.
L’autrice inglese raccontava una visione assolutamente divergente rispetto a quella illuminista e romantica, che ben nascondevano gli oscuri meandri del dolore umano.
Se il pavimento dell’inferno è lastricato di buone intenzioni, anche il mostro protagonista viene generato per combattere il male infungibile; purtroppo tutto finisce in un antro infernale che nessuno mai potrebbe lontanamente immaginare.
La genesi stessa della creatura nasce per fare del bene, ma non nel senso più edificante del termine.
Dunque, cosa nasconde davvero la trama del più celebre romanzo di Mary Shelley?
Il titolo completo aggiunge anche Il Prometeo Moderno e, data la vicenda, la similitudine è quasi scontata.
Eppure, ho sempre ritenuto, leggendo il libro in fasi diverse della vita, che ci sia molto di più.
Il dolore dietro la conoscenza
Viktor Frankenstein è uno scienziato passionale e determinato, fermamente privo di scrupoli nel portare a termine la sua missione.
Ribelle alle convenzioni e scettico contro la medicina tradizionale che cura le malattie non interferendo mai con il destino umano.
In poche parole, i professori del protagonista credono che un buon medico debba fare di tutto per preservare la vita senza mai oltrepassare il limite.
E quel limite Viktor lo vuole abbattere a tutti i costi, deciso e senza rimorso.
Disperato contro un dolore che lo attanaglia nel profondo, inspiegabile alla mente umana e tormentato furiosamente da quanto accaduto.
Dal paradiso domestico all’inferno interiore
Nella prima parte della storia, l’uomo vive una vita assolutamente placida, agiata e serena: di quelle che sembrano uscite dalle favole.
Un padre amorevole e colto, una dolce fidanzata ed una casa che molti invidiano non solo per ricchezza bensì anche per il calore umano che trasmette.
Tutta la narrazione iniziale sembra farcela vivere con trasporto ed un pizzico di malinconia.
La morte della madre, a causa di un parto difficile, ribalta tutto gettando famiglia ed abitudini nella più totale disperazione.
Da qui, la scelta di ribaltare le leggi divine tra morte e vita attraverso la scienza, confidando che i progressi fatti e la competenza possano compiere il miracolo.
Il Prometeo ribelle
Prima del lutto, potremmo definire il protagonista come un Prometeo dedito alla ricerca e amante di tutto ciò che riguarda l’innovazione.
Anche un po’ arrogante, per molti versi: più che l’eroe mitologico, ho visto molto di un titano ribelle nel Viktor iniziale.
Un giovane spaccone convinto di avere la conoscenza performante ed adeguata per essere un buon medico e offeso dal fatto che i suoi mentori lo credano portavoce di una medica assolutamente obsoleta e passata, forse anche un pizzico idiota nella testardaggine dimostrata.
Va premesso che il protagonista frequenta un ambiente accademico estremamente rigido, anche se saldamente ancorato ad un’etica sana e determinata a preservare la vita, non ad alterarla.
La trasformazione
Dopo il dramma, tutto cambia.
“Prometeo” si trasforma, e non in un benefattore dell’umanità.
Autoproclamandosi oppositore della morte e nemico giurato del dolore, follemente si dedica e si consuma nella missione prefissa.
Annegando la disperazione nel lavoro matto e disperatissimo che lo isola da ogni cosa.
Il protagonista pare vendere l’anima in cambio della creatura e non a caso quest’ultima non ha mai avuto un nome.
Viktor, metaforicamente, è morto come uomo ed è diventato un mostro attraverso il progetto perverso.
Il vero mostro
L’eroe del fuoco era animato dalla brama di sapere, non da una sofferenza lancinante e rabbiosa.
La sete di conoscenza di Viktor diventa parossistica e non caratterizzata dalla sana incoscienza tipica della brama di scoperta.
Personalmente credo che la storia di Frankenstein vada molto oltre il parallelismo con Prometeo.
È una storia di dolore e di autodistruzione contro ogni legge morale e naturale.
Una storia di follia disperata che conduce verso l’autodistruzione, uccidendo ogni cosa che incontra sul suo cammino.
Soprattutto durante il confronto tra Viktor e la creatura si comprende davvero quanto i ruoli si siano invertiti.
Quello che l’aspetto suggerisce sia un mostro non è altro che la coscienza del protagonista, mentre l’uomo è il male.
Il primo sembra parlare spinto dall’empatia e dalla saggezza, mentre il secondo con assoluta indifferenza e ripudio totale.
Diversi e antitetici nell’aspetto e nel pensiero eppure legati dallo stesso miserevole destino.
Conclusione
Non chiamatelo Prometeo: è la discesa verso gli inferi di un uomo che ha venduto la sua anima ad un progresso che solo lui poteva vedere.
Vittima prima del suo ego che dei drammi familiari.

